Federagenti lancia l’allarme: “Le mega navi ignorano i porti italiani. Siamo fermi al palo”

Il presidente Pappalardo durante il convegno “Il confine dei giganti”: Il Paese subisce passivamente scelte sulle quali non può incidere

Pochi porti italiani potranno ospitare solo navi sino a un massimo di 15, forse in casi eccezionali, 16 mila teu. E non le mega unità da 21 mila teu. I motivi sono specialmente due: il primo è perchè non esiste in Italia, se non si realizza una effettiva concentrazione in pochi poli portuali, un mercato in grado di garantire carico sufficiente ad alimentare questi giganti e poi perchè le strategie già decise dalle grandi concentrazioni armatoriali non prevedono scali nel Mediterraneo se non occasionalmente a Malta. Quindi le super navi provenienti dall’Oriente, allo stato attuale, scalano solo in Nord Europa.
Di fronte a queste indicazioni emerse con forza a Roma, dai lavori del convegno voluto da Federagenti sul tema “Il confine dei giganti”, gli agenti marittimi denunciano anche una fragilità complessiva del sistema Italia. «Tutti gli interventi legislativi, regolatori e infrastrutturali del settore – ha affermato il presidente di Federagenti, Michele Pappalardo – sono fermi al palo e il Paese si trova a subire passivamente scelte sulle quali non può incidere perché non può neppure contare sulla definizione di un piano logistico o su scelte precise su quali porti potranno ambire a un ruolo sulle grandi rotte del trasporto container».
Secondo quanto emerso durante il convegno organizzato a Roma da Federagenti, sia dalle relazioni dei maggiori esperti in materia, Michele Acciaro (Università di Amburgo) e di Sergio Bologna, il mondo marittimo, e quindi anche l’interscambio mondiale che per oltre l’80% viaggia per mare, rischia una grande bolla finanziaria. La corsa al gigantismo navale, che continua a caratterizzare la strategia dei grandi gruppi che controllano il trasporto di merci in container (e quindi di tutti i principali beni di consumo), e che sono impegnati da anni a ordinare navi portacontainer sempre più grandi, ha creato un circolo vizioso che sta facendo emergere una fragilità senza precedenti storici nel mercato marittimo.
In cinque anni la flotta mondiale per il trasporto merci è cresciuta del 37%, con tassi annuali anche del 10%, a fronte di una recessione economica mondiale e di una flessione nel tasso di sviluppo anche della Cina, oltre che dei principali Stati che avrebbero dovuto alimentare il rilancio dell’economia globale. 10% annuo contro una crescita media del 2% nel Pil mondiale. In queste cifre sono sintetizzati interrogativi inquietanti relativi alla corsa, tutt’oggi in atto, a nuove navi sempre più grandi e alle conseguenze che questa corsa genererà anche in sistemi paese, come quello italiano, che rischiano di subire non solo l’impatto drammatico dello squilibrio fra domanda e offerta, ma anche una crescente emarginazione dalle grandi rotte dell’interscambio mondiale.
In un mercato che ha cercato di ritrovare margini di redditività facendo viaggiare a velocità ridotta le navi o procedendo a fusioni e concentrazioni, la corsa al gigantismo, ovvero a navi lunghe quanto quattro campi di calcio e larghe 60 metri con una parte dello scafo immersa per oltre 17 metri, è solo apparentemente motivata dal raggiungimento di economie di scala. Dall’incontro di Roma sono emersi quindi più interrogativi che certezze. Il convegno, dopo i saluti di Paolo Uggè (Confcommercio) ha visto confrontarsi in una tavola rotonda il presidente di Assoporti, Pasqualino Monti, il presidente di Assiterminal, Marco Conforti, l’amministratore delegato di Fercam, Thomas Baumgartner e Ignazio Messina, amministratore delegato della Ignazio Messina & C.

articolo tratto da www.themeditelegraph.com